BATTAGLIA DIGITALE AL CORONAVIRUS: accordo tra Google ed Apple per un sistema di tracciamento comune

In tempi di pandemia e in assenza di vaccino, la sfida al Coronavirus consiste nel circoscrivere gli infetti accertati nel minor tempo. Ciò è unicamente possibile mettendo immediatamente in quarantena le persone che sono state a contatto con i contagiati. Attualmente tale indagine viene svolta mediante interviste con i diretti interessati, eppure un’applicazione mobile di tracciamento renderebbe questi accertamenti più rapidi e completi.

Le APP di tracciamento, utilizzate in quest’ultimo periodo da alcuni paesi asiatici per contrastare la diffusione del virus Covid-19, sono sistemi di sorveglianza di massa, che in alcuni aspetti non rispettano le norme occidentali a garanzia della tutela della privacy. Per superare tale limite e rendere il sistema di tracciamento anonimo e impossibile da collegare ai singoli individui, la collaborazione fra i colossi Apple e Google ha di recente portato all’ideazione di nuovi strumenti per soluzioni efficaci.

Il sistema proposto prevede la realizzazione di un’infrastruttura cloud sicura e affidabile, che i singoli sviluppatori di applicazioni mobile potranno, d’ora in poi, integrare nella creazione dei loro sistemi.

L’integrazione di queste nuove funzioni è prevista per maggio 2020, direttamente nei sistemi operativi delle due aziende leader. Ciò significa che, effettuando l’aggiornamento del proprio device, si contribuirà a creare la rete di contatti necessaria al sistema di tracciamento. L’upgrade renderà infatti possibile tracciare i contatti anche precedenti all’installazione dell’APP specifica. Dunque, nel caso si rendesse necessario, sarà possibile estrarre gli elenchi completi delle interazioni della persona infetta da ogni device.

FASE A: Gli smartphone con sistema operativo aggiornato, quando sono vicini tra loro per un periodo prolungato (si valutano 5 minuti), generano chiavi casuali anonime univoche che si scambiano e memorizzano all’interno del dispositivo.

FASE B: Lo smartphone di una persona che è positiva al virus può, dopo l’installazione dell’APP e la validazione di un medico, inviare tutte le chiavi che ha generato casualmente nei giorni precedenti (si valutano 14 giorni) al sistema cloud centrale dell’autorità di controllo. Sono chiavi anonime senza nessuna informazione anagrafica dell’infetto.

FASE C: Le chiavi generate dallo smartphone dell’infetto vengono comunicate a tutti gli smartphone in circolazione e, tramite un accordo, agli altri sistemi di controllo esteri. I proprietari dei dispositivi che hanno l’APP installata e che hanno incontrato e scambiato chiavi con la persona infetta nei giorni precedenti, vengono avvisati del contatto con la persona infetta senza nessuna informazione personale e nel rispetto della privacy.

Naturalmente tutto avverrà su base volontaria: per i dispositivi mobile Apple è probabile che venga aggiunta un’impostazione all’interno del pannello di controllo o nell’app Salute, mentre per i dispositivi Android ci sarà quasi sicuramente un’applicazione che permetterà di abilitare o disabilitare l’opzione. Inoltre, questa nuova tecnologia cloud, tramite richiesta di autorizzazione, permetterà l’invio all’organo di controllo dei dati di tracciamento di chi è stato sottoposto a tampone ed è risultato positivo.

La gestione e sicurezza del server di raccolta dei dati è però un punto ancora tutto da chiarire. Lo strumento messo a disposizione per realizzare le app ha il grande vantaggio di far parlare tutti i device con lo stesso linguaggio di tracciamento, ma se il server dell’organo di controllo di uno stato o di una regione non scambierà i propri dati con quelli delle zone limitrofe non sarà possibile tracciare gli utenti che viaggiano. Questo è quindi un punto fondamentale che andrà dibattuto nelle prossime settimane.

CURIOSITÁ

La tecnologia scelta sarà il Bluetooth LE (Bluetooth Low Energy), un set di specifiche nate per trasmissioni di piccoli pacchetti dati senza elevato consumo di batteria. Nello specifico verrà usato un subset di istruzioni legate alle specifiche “beacon”, ossia alla possibilità dei dispositivi Bluetooth di inviare pacchetti a intervalli regolari come se fossero dei radiofari, potendo contare sulle tre dimensioni dello spazio che ci circonda. Il Bluetooth LE è nato per il marketing di prossimità, per la navigazione indoor (musei o grandi edifici) e per l’individuazione di oggetti smarriti; funziona grazie a piccoli dispositivi detti appunto “beacon” che trasmettono agli smartphone in ascolto. Anche se molto affascinante e nonostante i notevoli investimenti e miglioramenti avvenuti negli anni (con un consumo minimo di batteria ha un raggio di azione di circa 100 metri all’aria aperta), la tecnologia connessa ai beacon non ha tuttavia avuto fino ad ora il successo sperato. Ecco allora che questa potrebbe essere l’occasione giusta per riscattarsi.


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